Libertà reale come misura dello sviluppo e del benessere

altAmartya Sen premio Nobel per l’Economia nel 1998, docente di economia e filosofia ad Harvard è noto anche per aver presentato una delle più importanti teorie di economia politica degli ultimi decenni fondata sulla necessità di pensare lo sviluppo delle città non solo in termini di ricchezza monetaria o di PIL, ma valutandolo sui gradi di effettiva libertà delle persone di realizzare con le proprie azioni ciò che ritengono positivo per i rispettivi progetti di vita. Ad Amartya Sen si deve l’elaborazione dell’Hdi, l’Uman Development Index, il coefficiente di misurazione del grado di sviluppo che ha introdotto nuovi parametri per valutare la ricchezza reale di un Paese, ovvero  quanto attiene all’aspettativa di vita, all’alfabetizzazione degli adulti, alla distribuzione del reddito. Gli studi e le ricerche di questo economista su welfare state e povertà hanno aperto nuovi scenari sullo sfondo di un dibattito sempre più acceso rispetto alla globalizzazione. Senza l’importante contributo di Sen non sarebbe così diffusa l’idea di economia sostenibile e di finanza etica.

Il mondo in ci viviamo è contrassegnato sia da grande ricchezza che da estrema povertà. Vi è in esso una prosperità senza precedenti, al di là delle crisi contingenti: “Il mondo – dice Sen – è incomparabilmente più ricco di un tempo. Il massiccio controllo sulle risorse, la conoscenza e la tecnologia che noi ora diamo per scontata, sarebbero state difficili da immaginare per i nostri antenati. Ma il nostro è anche un mondo di grandissima privazione e di incredibili disuguaglianze. Un grandissimo numero di bambini sono malnutriti ed analfabeti così come male assistiti e malati. Milioni muoiono ogni settimana a causa di malattie che possono essere completamente debellate o che non sarebbero fatali se quanti ne sono colpiti non fossero abbandonati”. Una delle questioni che ci troviamo ad affrontare è la seguente: data la gravità e le conseguenze dei contrasti tra la ricchezza e la povertà che vediamo nel mondo, come può la maggio parte di noi riuscire a vivere senza porsi un problema, ignorando completamente le disuguaglianze che caratterizzano il nostro mondo? 

La globalizzazione può essere definita in molti modi: Amartya Sen tende a vedere la globalizzazione come una rete di contatti mondiali in vari campi: la circolazione delle idee, il commercio, i movimenti delle persone, la tecnologia. Ma da questo punto vista non è un fenomeno nuovo, esiste da migliaia di anni e la storia del mondo è sempre stata legata dall’interazione e dai contatti fra le persone. In senso lato Sen dice che la globalizzazione non è un fenomeno nuovo: intorno all’anno Mille la diffusione globale delle conoscenze è cambiata, l’Europa, ad esempio, subì una fortissima influenza dalla scienza cinese e dalla matematica indiana e araba.
“I processi di globalizzazione – sostiene Sen – anche nel passato hanno migliorato e non peggiorato la qualità della vita in varie parti del mondo. La consapevolezza diffusa che la globalizzazione possa aumentare le disuguaglianze è dovuta agli eventi degli ultimi cinquant’anni. Il giudizio critico sulla globalizzazione dipende dalla misura attraverso cui valutiamo questo fenomeno. Se consideriamo i parametri legati al reddito bisogna affermare che il divario fra l’area del benessere e i Paesi poveri è aumentato, ma se guardiamo ad altre variabili il giudizio cambia. Non possiamo generalizzare, l’economia di mercato in teoria può migliorare le opportunità di tutti ricchi e poveri. Ma non tutti partono sullo stesso piano. La questione principale – conclude Sen – riguarda il fatto che milioni di persone non riescono a trarre beneficio dall’economia di mercato perché non esistono fattori di sviluppo importanti come possono essere l’istruzione o la sanità”.

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