“Riusiamo l’Italia”, da spazi vuoti a start-up culturali

Costituirebbero due volte e mezzo la città di Roma, sono più di due milioni: si tratta degli stabili abbandonati in Italia. A volte hanno però una seconda chance; c’è infatti un’Italia delle buone pratiche e del riutilizzo (anche temporaneo) attraverso progettazioni giovani e innovative. Le storie delle seconde opportunità per i luoghi urbani sono raccontate nel road-book, edito dal Gruppo24Ore (2014), di Giovanni Campagnoli.

 

 

Camminando per le città si notano diverse tipologie di spazi vuoti, dalle ex fabbriche e capannoni industriali dismessi, alle stazioni ferroviarie chiuse, agli ex macelli, cinema e teatri non più in uso, uffici e negozi, sino ad arrivare ai «paesi fantasma», borghi del tutto abbandonati. Nel libro, quando sono lasciati a sé stessi sono chiamati spazi, al contrario nella loro seconda vita si trasformano in luoghi, riconosciuti dalla comunità territoriale e significanti per i cittadini. Quegli stessi posti di cui anche il progetto TUTUR del programma europeo URBACT, si sta occupando, coinvolgendo attivamente la cittadinanza della capitale sugli spazi prima vuoti del Viadotto dei Presidenti, del Mercato e del Teatro del III Municipio di Roma.
In controtendenza rispetto alla costruzione selvaggia, l’idea del riuso architettonico è strettamente collegata al welfare sociale, in quanto gli spazi affidati a start-up culturali sono la leva dal basso per far ripartire l’occupabilità giovanile.
L’autore è un docente di economia ed è direttore della Rete Informativa Politichegiovanili.it e la stesura del libro è stata per lui l’occasione per studiare la re-interpretazione sulla base dei paradigmi contemporanei dei giovani. Le nuove forme di lavoro dal basso quali i fablab, i coworking, gli incubatori, i luoghi culturali come le esposizioni d’arte, i co-housing o le nuove residenze d’artista, generano processi di creazione di valore economico a partire da funzioni sociali e artistiche. Campagnoli nel capitolo dedicato al fenomeno delle start-up parla dei settori sviluppabili e nei quali c’è possibilità per i giovani come il welfare-benessere, il settore culturale, il campo del turismo e della valorizzazione ambientale e le così dette “Community”, ovvero comunità di interessi specifici, per le quali i luoghi urbani riutilizzati si prestano alla perfezione.
Le esperienze raccontate nel libro sono agli antipodi delle grandi opere pubbliche mai terminate; per azioni del genere, sono infatti necessarie logiche più «smart» che riescano ad avviare le attività in tempi molto ridotti senza stravolgere il territorio.
Nel terzo capitolo si parla dell’importanza della comunicazione delle nuove strart-up: come si presentano all’esterno, come descrivono i loro intenti e anche la loro presenza sul web, importantissima. Per questo “Riusiamo l’Italia” è diventato un prodotto multimediale. Oltre ad essere un libro, è un portale (www.riusiamolitalia.it) che raccoglie le best practices, le svolte nel nome del riutilizzo di luoghi in tutta Italia.
Una delle città che meglio ha abbracciato il concetto di contaminazione è Milano, con molti progetti presenti sul portale. Un esempio? “Impact Hub”, un network mondiale di scambio di idee e creazione di gruppi di lavoro su tematiche specifiche, come l’ambiente.
O ancora, lo SmartLab di Rovereto, citato nel libro come best practice, che si occupa di programmazione musicale e artistica e che conta oltre i 3200 soci e che è riuscito a fatturare nel primo anno 250mila euro.
La sfida per ognuna di queste start-up è quella di riempire gli spazi di talento, innovazione e creatività.