Radical Cities- Across Latin America in search of a new architecture

Più dell’80% della popolazione dell’America Latina vive nelle aree urbane, rendendo il territorio un incrocio di effetti della globalizzazione galoppante che ha esasperato il contrasto tra la progettazione e l’effettiva realizzazione, tra il concetto di impatto top down o bottom up ma soprattutto tra aree centrali e periferie. Justin McGuirk nel suo road-book “Radical cities”, edito da Hardcover (2014), non solo ripercorre queste fratture ma ricerca le più influenti e radicali proposte urbanistiche che danno una risposta di crescita più sostenibile. Dal Brasile al Venezuela, dal Messico all’Argentina l’autore fa scouting di persone ed idee che possano cambiare il concetto di evoluzione urbana. Architetti-attivisti, amministratori locali illuminati e comunità di cittadini attivi sono alcune delle persone che McGuirk ha intervistato. Il loro focus è alternativo alla globalizzazione dell’architettura post-moderna: lo scrittore inglese ha infatti riscontrato che questi attori territoriali si concentrano sull’abitabilità, sul diritto alla casa, sulla creazione di luoghi pubblici funzionali ed esteticamente belli e quindi su una città a misura di cittadino.
Gli interventi informali hanno richiamato anche un’attenzione turistica e mediatica. Per esempio invece di demolire gli edifici abbandonati molti architetti ne hanno riconosciuto il loro valore e resi dei punti di aggregazione sociale; quindi capannoni industriali privi di interesse in passato ora si sono integrati con la città.
L’investimento sui trasporti pubblici, la divisione meno netta in quartieri residenziali, industriali e commerciali e infine la valorizzazione dei confini come punto di contatto piuttosto che di separazione sono i tre punti cruciali su cui McGuirk insiste come chiavi di inclusione sociale.
Queste innovazioni possono sembrare marginali ma con l’esplosione dei processi di sviluppo in America Latina non esistono soluzioni formali. Nessuna delle idee di social housing raccolte in “Radical cities” risolve da sola i problemi delle periferie ma, se messe insieme, costituiscono un modello di urbanistica e architettura attiva che potrà fare in futuro la differenza per l’integrazione nelle aree urbane.