La mappa e il territorio. Ripensare l’educazione fra strada e scuola

Per la prima volta l’esperienza dei “Maestri di strada” viene raccontata in un libro “La mappa e il territorio. Ripensare l’educazione fra strada e scuola”, curato da Cesare Moreno, Santa Parrello e Ilaria Iorio (Edito Sellerio), che vuole essere un utile strumento per gli insegnanti verso un nuovo modo di intendere la “pratica dell’educazione” capace di coinvolgere direttamente gli allievi. L’associazione “Maestri di strada” nasce nell’ambito del progetto Chance che, avviato nel 1998, punta ad arginare il fenomeno della dispersione scolastica nel territorio napoletano. L’intento di Cesare Moreno, fondatore e presidente dell’associazione, però è quello di diffondere il progetto in tutto il territorio nazionale “costruendo un dialogo aperto e continuo con gli studenti ma anche e soprattutto con gli insegnanti”. “L’educazione è una pratica, come dire una professione o un mestiere, che ha delle regole di ingresso, e modi di realizzazione che solo in parte rimandano ad un accumulo di conoscenze, ma molto di più ad una relazione profonda e coinvolgente con i giovani”, scrivono gli autori. L’insegnante deve essere in grado di esplorare e “leggere” l’animo dell’alunno perché “chi fa un lavoro educativo si muove tra molte mappe e molti territori delle città e dell’animo e alle periferie dell’animo e delle città esistono territori poco esplorati, dai confini incerti e mutevoli”. Per questo la figura dell’educatore diventa fondamentale all’interno della società per la costruzione di quello che gli autori definiscono come “lo spazio del pensiero”, che non è uno spazio interno relegato ad una conoscenza fine a se stessa ma è strettamente connesso al contesto sociale. L’obiettivo dell’educatore è permettere ai giovani di potersi nutrire del contesto in cui si muovono piuttosto che farsi assimilare da esso; l’educazione è un cammino iniziatico, è la possibilità di “istituire le condizioni del pensiero”. Il processo educativo deve pertanto coinvolgere tanto i giovani quanto il corpo docente verso un percorso di crescita comune che dia gli strumenti per riflettere e guardare alla realtà in cui si vive. Non esiste, dunque, il buon maestro ma “un gruppo che dia a ciascuno la possibilità di ripensare all’azione, di riflettere”; un gruppo che fonda la capacità educativa sul processo di empowerment di una intera comunità che comprende gli allievi, i docenti, le famiglie. “Il docente riflessivo non applica routine o protocolli ma costruisce il suo sapere nelle pratiche quotidiane sospendendo l’azione e ricercando il loro significato”.