Invictus, un film che racconta la storia di un Paese e dell’apartheid

altÈ uscito in questi giorni il film Invictus con la regia di Clint Eastwood, che racconta la storia di Nelson Mandela, del suo Paese, il Sudafrica e della squadra nazionale di rugby che in un percorso comune, non senza travaglio e fatica sceglierà d’incarnare i valori del rispetto, della convivenza civile, dell’uguaglianza, una strada ancora oggi in salita.
L’interpretazione che Morgan Freeman fa di Mandela è magistrale, così come altrettanto significativa e veridicamente sovrapponibile è quella del capitano della nazionale sudafricana, Francois Pienaar (interpretato da un bravissimo Matt Damon). Tra i due leader nasce una reale sintonia ed insieme si misureranno in questa storica sfida che significherà provare a costruire l’unità di una nazione.

“Tutti i bianchi tifano per il Sudafrica – dice in una sequenza il presidente Mandela – tutti i neri tifano per l’Inghilterra, questo deve cambiare”. E il film ci fa entrare nella baraccopoli di Soweto dove si comincia ad insegnare ai bambini neri lo sport d’eccellenza dei bianchi. Una metafora quella dello sport con le sue regole, il metodo, la fatica, il sacrificio, la lealtà nei confronti dell’avversario, che si traspone nella vicenda sociale di un Paese entrato nella modernità con l’insopportabile retaggio di una cultura che si sente superiore ad un’altra.

Il film, ispirato al romanzo di John Carlin “Ama il tuo nemico” fa della Coppa del Mondo di rugby del 1995 un volano di apertura al dialogo per abbattere le barriere dell’esclusione sociale, della diffidenza nei confronti delle altre razze, che in un Paese come il Sudafrica è ancora oggi molto forte. Il rugby parlerà al cuore di tutti, andrà al di là di ogni linguaggio e nel film è lo stesso Mandela che dice: “La nazione arcobaleno nasce da qui, intorno a me voglio le due anime del Sudafrica”.
La politica di conciliazione di Nelson Mandela, infatti, si aprì a molte possibilità e il rugby come sport di tutti divenne l’opportunità d’interazione fino ad allora negata. La squadra sudafricana degli Springboks, avversata dalla popolazione nera perché emblema elitario di razzismo, dopo l’intesa tra il presidente Mandela ed il capitano del team verde oro,  Francois Pienaar, abbattè, almeno a livello sportivo, ogni divisione e ostracismo pregresso.

L’apartheid o politica di segregazione razziale fu adottata in Sudafrica dal 1948 al 1993 segnando una netta divisione per regolare le relazioni tra la minoranza bianca e la maggioranza nera. Ma già dal 1924 in Sudafrica erano stati introdotti i primi elementi di segregazione razziale e molte norme proibivano, ad esempio, i matrimoni misti ed anche i rapporti tra razze diverse, considerati una violazione da perseguire penalmente. La legge imponeva ai cittadini di registrarsi come bianchi o come neri proibendo alle persone di razze differenti di entrare in molte aree urbane, di utilizzare facilitazioni pubbliche, di frequentare scuole e università riservate ai soli bianchi, con la volontà di isolare i vari gruppi etnici del Paese lasciando che ognuno di essi si sviluppasse in un proprio contesto sociale, economico e territoriale. I neri persero ogni diritto civile, così nel 1961 l’Onu dichiarò l’apartheid crimine contro l’umanità e iniziò una campagna di sanzioni economiche contro il Sudafrica. Nel 1994 si tennero le prime elezioni democratiche con suffragio esteso a tutte le razze, in cui venne eletto presidente Nelson Mandela al quale successe poi Thabo Mbeki nel 1999.

Città tra modernità e contraddizioni
Il Sudafrica si presenta come un vastissimo altopiano elevato a 1.000-1.500 metri di altitudine, che digrada verso il deserto del Kalahari e la valle del fiume Limpopo. L’altopiano è separato dalla zona costiera da catene montuose che superano anche i 3.000 metri, le coste invece sono basse e uniformi salvo nel tratto meridionale che presenta, al contrario della maggior parte dei litorali africani, promontori rocciosi. Il clima è tropicale ad est, mediterraneo a sud, caldo arido lungo la costa atlantica. Anticamente il Sudafrica era abitato da Boscimani, da Ottentotti e dal popolo Zulu.
Nel 1600 ebbe inizio la colonizzazione olandese, il primo insediamento fu nella zona del Capo di Buona Speranza, dove gli olandesi installarono una base mercantile. Da qui i coloni, detti boeri, si spinsero verso l’interno fondando villaggi e fattorie. Alla fine del XVIII secolo gli inglesi occuparono le regioni costiere costringendo i boeri a migrare verso nord, dove si scontrarono con le popolazioni locali. La scoperta di importanti miniere nella regione del Transvaal riaccese i contrasti fra inglesi e boeri e ne nacque la conseguente guerra (1899-1902), conclusasi quindi con la vittoria degli inglesi che nel 1910 crearono l’Unione Sudafricana come federazione autonoma all’interno del Commowealth britannico. Nel 1961 l’Unione Sudafricana, sempre più isolata sul piano internazionale a causa della politica di separazione razziale, uscì dal Commowealth e si proclamò Repubblica Sudafricana indipendente. Fino agli inizi degli anni Novanta il governo era nelle mani di una minoranza bianca che disponeva del potere economico e politico del Paese, a fronte di una maggioranza nera che non godeva nemmeno dei più elementari diritti umani e civili. Nel 1989 il presidente De Klerk avviò un non facile processo di democratizzazione. Nel 1993 è stato abolito l’apartheid e nel 1994 si sono tenute le prime libere elezioni, vinte dall’African National Congress. Oggi la nuova Costituzione (1997) garantisce al Paese la convivenza multirazziale e la tutela delle minoranze etniche. La popolazione si concentra nelle aree meridionali e orientali, ma i cittadini di colore vivono prevalentemente nelle zone rurali, nelle periferie, nelle città satellite, ancora adesso veri e propri ghetti. Negli ultimi vent’anni, come in gran parte del mondo, vi è stato un vero processo di urbanizzazione e il 60% dei sudafricani vive nelle città. La capitale legislativa del Paese è Città del Capo, importante centro industriale portuale, fondato nel 1652 come base commerciale per le navi europee in transito per le Indie. Johannesburg (circa 1.500.000 abitanti) è invece una metropoli tristemente divisa in due parti con quartieri moderni e ricchi e South Western Township, Soweto, rimasta la povera periferia destinata alla manodopera nera, impiegata in gran parte nelle miniere Il disagio in cui vivono ancora molti cittadini di colore è all’origine di criminalità assai diffusa soprattutto nelle grandi metropoli.

Dalla voce dei giovani

Chiediamo ad un giocatore di rugby sudafricano, nato a Worcester, non lontano da Città del Capo, che ora gioca a Venezia, cosa significhi per un giovane cresciuto in una grande città in questi anni in cui vi sono meno divisioni di genere e di colore, è vero, ma il discorso dell’equanimità avvertita come tale ed espressa a livello sociale è ancora molto articolato e complesso.
“Descrivere il senso del rugby è semplice e difficile allo stesso tempo. Semplice perché tali sono i valori che lo reggono, la lealtà innanzitutto, il rispetto per i compagni, gli avversari, le regole. Difficile perché solo chi lo ha giocato, chi lo ha vissuto facendone parte può distinguere semplicità da banalità. Negli ottanta minuti di gioco il campo si accende di grande competitività, contatto,  tecnica, tenacia, passione. Al termine di ogni partita poi vi è il tributo reciproco del ‘corridoio’ con strette di mano ed infine il rito del terzo tempo dove tutti insieme, vincitori e sconfitti, vivono un momento di condivisione, che è la normale coda della gara. Nel 1995 – continua Willem Wium – io avevo solo otto anni, era il mio esordio di bambino sui campi da rugby, vi furono due importanti avvenimenti nel mondo rugbystico: l’avvento del professionismo, che i vertici dell’IRB, la Federazione mondiale, avevano fino a quel momento categoricamente avversato preferendo alla remunerazione i valori di uno sport amatoriale, e i mondiali in Sudafrica. I campionati del mondo assunsero sin dall’inizio un significato particolare non solo perché il mio Paese era appena uscito dal dramma dell’apartheid, non solo perché era stato eletto un presidente nero che aveva trascorso più di vent’anni della propria vita chiuso in carcere a causa della sua lotta a favore dell’uguaglianza di tutti, ma perché proprio in quell’anno uno sport che fino ad allora era stato prerogativa dei bianchi divenne lo sport di tutti e raggiunse un obiettivo, sarebbe il caso di dire una meta, che nessuna volontà o scelta politica era mai riuscita ad ottenere”.

Invictus, un film diretto da Clint Eastwood, 2010
Il trailer del film