Per offrirti una migliore esperienza possibile questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.

Contrasto allo sfruttamento agricolo: Agree analizza il caso dell’Agro Pontino

Contrastare le condizioni di sfruttamento dei lavoratori agricoli rappresenta una priorità per migliorare la coesione sociale dei territori rurali e al contempo stimolare una migliore consapevolezza del fenomeno, come base per favorire una organizzazione del lavoro e delle abitudini di consumo più rispettose del diritti dei lavoratori.

02 Apr 2015 0 comment  
  • dimensione font
Gli effetti di tale azione di contrasto sulle economie urbane sono al centro del primo focus locale del progetto europeo Agree sull’Agro Pontino, realizzato a Latina il 13 marzo. All’insegna dello slogan “Semi di diritti crescono”, il primo incontro locale del progetto, che vede Cittalia fra i partner, ha favorito la creazione di un network tra amministratori locali, sindacati e associazioni territoriali. L’obiettivo è quello di analizzare le forme di sfruttamento presenti sul territorio per sensibilizzare cittadini, agricoltori e stakeholder verso modelli di produzione e consumo più consapevole.

 

A ridosso dei campi di kiwi più grandi di Europa si sviluppa una città nella città, dove esplodono tutte le contraddizioni del rapporto tra grandi zone rurali e centri urbani. Dalla mancanza di politiche di integrazione all’assenza di servizi fondamentali come i trasporti pubblici, sono numerosi i problemi intrinsecamente legati ad una situazione di sfruttamento sistemico e di lunga durata nell’intera zona dell’Agro Pontino. A differenza di quanto avviene in altre zone del Sud afflitte dal problema dello sfruttamento agricolo, circoscritto però nel tempo in quanto legato a lavori stagionali, a Latina risiede invece stabilmente una comunità di oltre 12mila migranti sikh, completamente scollata rispetto al resto del contesto sociale e praticamente sconosciuta ai residenti stessi di Latina. Le condizioni di vita rasentano in alcuni casi la schiavitù con oltre 14 ore di lavoro al giorno per un salario massimo in nero di 3,50 euro all’ora, secondo i dati della ricerca condotta da Agree. Il delegato sindacale di Flai Cgil Giovanni Gioia spiega in che modo si sono sviluppate negli anni diverse azioni di sostegno nei confronti di questa fascia di lavoratori particolarmente disagiata.

Come sindacato avete un ruolo fondamentale perché si è davanti ad una situazione di doppio sfruttamento: come lavoratori e come persone. Come vi ponete?

Il nostro primo compito è operare sul campo lavorativo: i contratti, le condizioni, le ore di lavoro, insomma tutti elementi ad oggi fuori da qualsiasi regola qui a Latina. Ci occupiamo poi della violazione dei diritti umani, come le situazioni di disagio abitativo. Latina è storicamente una città di destra ma non razzista,però è indifferente a questo tipo di problematiche. Bisogna invece contribuire tutti a contrastare questo sistema sbagliato, poiché senza diritti non può esserci sviluppo per l’intera comunità locale

Manca però spesso da parte dei lavoratori la consapevolezza dei diritti di cui dispongono, dalle modalità di ottenimento dei permessi di soggiorno ai tipi di contratti vigenti: in che modo agisce a livello locale il sindacato per garantire una migliore conoscenza di tali elementi?

La collaborazione con la comunità indiana dura almeno da 15 anni. Già dall’inizio avevamo un mediatore culturale indiano che ci supportava nelle traduzioni e contribuiva a tenere i rapporti tra sindacato e comunità sikh. Poi abbiamo capito che non bastava: abbiamo tradotto interi contratti, leggi e documenti per ridurre il rischio di truffe nei confronti dei braccianti che spesso non conoscono l’italiano. Per questo abbiamo anche organizzato corsi di lingua ma non è facile riuscire a soddisfare tutte le richieste che riceviamo.

I braccianti riescono ad abbattere il muro dell’omertà e a denunciare i loro padroni?

In realtà no, perché sono interessati prima di tutto ad ottenere il permesso di soggiorno per diventare cittadini italiani. Per i documenti sarebbero disposti a fare di tutto, anche a pagare cifre altissime agli intermediari. Noi dobbiamo informarli, perché qui in Italia il permesso di soggiorno è gratuito, tolta la marca da bollo. Per quanto riguarda le denunce abbiamo dovuto far partire campagne nazionali per sensibilizzare. Fino a tre anni fa il caporalato veniva punito con soli 50 euro di multa per ogni lavoratore sfruttato: in un paese civile questo non basta. Lo sfruttamento dei lavoratori presenta però anche un forte impatto sul contesto urbano.

 

Secondo il sindaco di Latina Giovanni Di Giorgi la sensibilizzazione deve partire nelle scuole e nei supermercati, attraverso certificazioni specifiche.

Latina ha un’economia basata principalmente sull’agricoltura: quanto di questo settore può definirsi sommerso? In che modo si inserisce il problema dello sfruttamento degli indiani, in una situazione già di forte difficoltà?

Questo territorio ha una fortissima vocazione agricola. Con questa crisi è l’unico settore dalle nostre parti che continua a crescere. Al nord di Latina abbiamo ad esempio alcune fra le aree coltivabili più grandi del Lazio mentre nella zona di Terracina abbiamo poi la propensione alla coltivazione in serra. La comunità Sikh è tra quelle più popolose e rappresentano circa il 10 per cento della popolazione totale. I problemi non sono solo legati allo sfruttamento ma anche all’integrazione nella società

In che modo funziona a Latina la convivenza fra i residenti e questa comunità?

Latina è una città aperta, proprio per la sua storia: con la bonifica abbiamo accolto molte persone, siamo da sempre un crogiuolo di razze. Nonostante tutto, il centro urbano non conosce la condizione degli indiani, poiché abitano tutti nella periferia e nelle campagne, in case isolate soprattutto nei comuni vicini di Terracina e Sabaudia. E’ una comunità che tende ad isolarsi, mentre le altre etnie riescono ad integrarsi meglio, a mio avviso

In che modo l’amministrazione locale potrebbe contribuire a creare migliore integrazione?

L’amministrazione si sta già impegnando in questo senso. E’ importante fare sempre più incontri con la comunità Sikh, facendo conoscere alla cittadinanza le loro feste e le loro usanze. E’ particolarmente importante anche fornire loro informazioni migliori sul tema dei diritti e per combattere la duplice piaga del sommerso, che colpisce sul fronte sociale e su quello della legalità. Per questo abbiamo attivato strumenti di contrasto al caporalato, sostenendo dei blitz direttamente nei campi contro lo sfruttamento di questa mafia

Aumentare la consapevolezza dei cittadini rappresenta una delle soluzioni proposte da Agree: da cosa cominciare per coinvolgere davvero i residenti attorno a questo tema?

Secondo me la gente quando acquista non ha consapevolezza di come viene prodotto ciò che comprano: anche le persone sensibili che vedono tutti i giorni i Sikh in bici sono colpiti ma poi, nella routine quotidiana, al supermercato, mettono nel carrello i prodotti senza porsi troppe domande. Già a partire dai bambini, nelle scuole, va fatto passare il messaggio di un’agricoltura che può escludere lo sfruttamento. La soluzione proposta dal progetto, ovvero produrre un bollino di qualità che indichi i prodotti a sfruttamento zero, rappresenta sicuramente un buon punto di partenza in questo senso

Le cronache dello sfruttamento nell’Agro Pontino stanno soltanto di recente guadagnando un interesse nazionale ma esistono già da tempo delle realtà che al contrario si occupano del contrasto dello sfruttamento in questo peculiare contesto territoriale. Si tratta delle associazioni che si sono conquistate la fiducia della comunità Sikh e stanno stimolando la loro integrazione con la città. Dai percorsi di accompagnamento verso il riconoscimento dei pieni diritti di cittadinanza ad un’opera di mediazione tra istituzioni, sindacati e lavoratori: il sociologo Marco Omizzolo, responsabile dell’associazione InMigrazione, è un esperto del fenomeno oltre ad averlo conosciuto da dentro: si è finto per un’estate un bracciante straniero e ha potuto provare sulla sua pelle la riduzione in schiavitù subita dai braccianti Sikh.

Non si parla solo di sfruttamento ma addirittura di schiavitù: perché?

Per le gerarchie che si creano soprattutto. Io mi sono infiltrato per tre mesi tra gli indiani reclutati per il lavoro nei campi, la comunità conosceva il mio scopo e mi copriva sempre, mentre i padroni e i caporali no, con il rischio che mi scoprissero. Ogni mattina prendevo la bici e andavo a lavorare la terra e quello che ho potuto osservare è che i braccianti hanno contatto solo con il caporale: una persona che guadagna poco più dei semplici braccianti e ha mansioni meno faticose: questo gli conferisce un potere sociale ed economico. E’ lui che ti prende a lavorare, che chiama quante persone servono a seconda delle indicazioni fornitegli dal padrone. Quest’ultimo lo vedevamo da lontano e mai si ha una relazione con lui, il datore di lavoro che si è obbligati a chiamare padrone.

Se non lo si chiama così, quali sono le conseguenze?

Ho visto con i miei occhi una situazione in cui un ragazzo ha chiamato il capo per nome e quello gli ha risposto “sono il tuo padrone!”. E l’ha obbligato ad abbassare la testa e fare tre passi indietro. Questa umiliazione è schiavitù.

Ma se 12mila Sikh decidessero di scioperare, quali sarebbero gli effetti sulla produzione?

Sette anni fa è stato organizzato un grandissimo sciopero dal titolo “Stesso sangue, stessi diritti”, ma la conseguenza è stata funzionale a livello mediatico per far sentire il problema ma disastrosa per i lavoratori: soprattutto chi lavorava a nero il giorno successivo allo sciopero è stato licenziato. Serve invece una battaglia a lungo termine, dei presidii.

In che modo è davvero possibile riuscire a guadagnarsi la fiducia della comunità sikh e, a partire da questo, avviare una vera e propria battaglia per i diritti?

Devi avere un rapporto diretto, considerarli alla pari. Ad esempio io sono come un fratello di sangue per loro. Senza una conoscenza, un’identità, erano una comunità di “sole braccia”: le persone non conoscevano la religione Sikh, non sapevano da quali città provenivano. Immergersi nella loro realtà è utilissimo per creare un rapporto di fiducia.

Giuridicamente cosa manca per riuscire a fermare il fenomeno della tratta per sfruttamento agricolo?

Manca una tappa intermedia: il reato di caporalato non è ancora del tutto compreso nel 416 bis. E per il momento viene punito il “reato spia”, ovvero si presume che dove ci sia caporalato, si espanda un sistema criminale più grande. Il caporale ad oggi viene sottoposto ad una sanzione penale, la cosiddetta legge Rosarno, una grande conquista della Cgil. Ma il caporale è solo un pezzo del sistema, non vi è una legge che punisca direttamente “il padrone”, il vero organizzatore della tratta.

Quali sono gli interventi realizzati dalla vostra associazione che hanno avuto un impatto più forte sulla comunità e sul territorio?

L’azione più forte che abbiamo fatto come InMigrazione è stato costituirci parte civile al processo che vede imputate 5 persone a vario titolo per i reati di falso, truffa e violazione della normativa sull'immigrazione. Siamo diventati un esempio per tutte le associazioni e le realtà territoriali: adesso la procedura è più semplice. Questo è stato un segnale anche per l’amministrazione, che a volte non si schiera dalla parte dei braccianti. Oltre questo schieramento decisivo, l’attività di cui vado più fiero sono i corsi di italiano stabili che abbiamo fatto partire a Bella Farnia, proprio nel quartiere di Latina dove abitano tutti i Sikh. Ogni attività è partecipatissima e conoscere la lingua, la legge e i diritti sta portando ad una maggiore integrazione

Veronica Di Benedetto Montaccini

@Veronicadibm

spacer

Newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato sulle rubriche Cittalia? Iscriviti alla nostra mailing list e riceverai la raccolta dei temi principali del nostro portale con cadenza quindicinale

Contatti

Via delle Quattro Fontane, 116 - Roma
T: 06.76980811
F: 06.87755008

Dove siamo